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Due racconti lunghi, profondamente diversi per stile e per tematica, raccontano la versatilità della penna di Luisa Ferretti. Se nella prima prova la protagonista è una giovanissima donna di nobili origini, Margaret, promessa a un aristocratico rampollo in atmosfere ottocentesche che fanno sognare il Principe Azzurro e parlano di stoffe pregiate, vestiti fruscianti, sentimenti che sbocciano e palazzi regali, il secondo è la confessione di una persona disagiata, vessata dalla vita, in cura da uno psichiatra per disturbi di personalità borderline. Amore, passione e rosea visione di un matrimonio imminente sono la base del racconto La quiete prima della tempesta mentre l’ossessione di distruzione e morte in Borderline Rhapsody sono il nocciolo del disagio destinato a esplodere in tragedia.
«A dir la verità, Charles non era quella spiacevole compagnia che la ragazza si era prefigurata appena gli aveva stretto la mano, tesa come una chiave inglese. Affrontava diversi argomenti, lasciando dovuti spazi per far emergere la voce ridicola di sua madre, e sembrava che uno spiritello gli suggerisse ogni frase donandogli un aspetto fin troppo serio. Margaret, ascoltandolo, si ricordò di tutti i libri che aveva visto nella biblioteca del collegio. Si disse che quel ragazzo doveva averne letti molti, certamente più di lei. Lei leggeva solo la prima e l’ultima pagina di un libro, poiché il resto pareva impensieriva troppo, e si sorprese che Charles prolungasse ogni discorso fornendo esasperanti precisazioni del tutto personali.
Lei, ingenuamente, pensava che bastasse un “no” fermo per dire no. E un “sì” deciso per dire sì. Perché mai trascinare lungamente una conversazione?
Quando la mamma, coinvolta dalla vivacità della conversazione, domandò: “A lei, signor Charles, piace vivere in città?”, lui, arcuando un sopracciglio, imbastì una risposta più simile a un comizio politico che ad altro. Si dilungò mollemente per dire che teneva alla sua professione e, senza nascondere una certa compiacenza, che l’avvocatura poteva recare beneficio alla comunità nella sua interezza. Poi affrontò il tema della città, della mentalità imperante e si lasciò coinvolgere dalla descrizione del cittadino modello, senza disdegnare risatine nervose, e intercalando ogni frase con avverbi, come certamente e naturalmente, che pronunciava stiracchiandone eccessivamente il finale.»