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Alzare lo sguardo e guardarsi attorno, osservare gli oggetti che ci circondano e che fanno parte della quotidianità, disegnare con gli occhi i contorni dell’edificio che ci ospita, fotografare visivamente l’urbs che parla, facendosi specchio della memoria e anticipazione del futuro. Ogni dettaglio porta con sé una storia, un’idea creativa, un progetto ambizioso: tutto è architettura e tutto è design.
Il Western Art Museum di Ueno Park a Tokyo, i palazzi di Santa Maria Capua Vetere e i tesori della città sotterranea; l’arte viva di Calatrava, incarnata nel grattacielo Turning Torso di Malmö, la città vecchia di Modena e il suo fascino oscuro, la Cappella del Barolo nel cuore delle Langhe albesi, la città di Berlino come mappa architettonica a raccontare falle e incomprensioni umane; il funzionalismo del Bauhaus, l’architettura salentina, un mix toccante di spirito primitivo, terra, mare, roccia nuda, templi e menhir.
E poi il design, disseminato in una vetrina di articoli casalinghi contemporanei o visibile in una palla-bomboniera di plastica viola, la progettualità degli stand portatili contenuti in moderne borse di Mary Poppino, un metronomo meccanico piramidale.
Sono questi gli elementi intrecciati dal filo magico delle narrazioni, per coinvolgere il lettore in un emozionante viaggio che è parte di ognuno di noi.
“Un palazzo dal fasto tutto barocchetto faceva angolo con la strada appresso. Nessuna linea del suo perimetro stava dritta: tutto si curvava in ellisse, per farsi guardare, riempiendo ogni spazio vuoto e la fantasia dei passanti, gettando come occhi sulla via finestre che non erano fatte per la luce e l’aria, ma per dare un pretesto ai decori che, infiniti, traboccavano sulla strada, quasi avessero paura di sembrare poca cosa: puttini inginocchiati solo da una gamba, ché l’altra aveva da reggere corone, festoni e rami di palme sulle volte, in mezzo a sciami di uccellini tra le foglie in mille graziose varianti.
Il professore passò oltre. Attraversò l’odore di castagne arrosto, ché era novembre, e un gruppo di studenti di Legge, appena fuori la facoltà, che discutevano di cose serie. Gettò un occhio all’insegna del suo barbiere lasciata così come ai primi del Novecento, Liberty e fiorita che sembrava un coiffeur da signore. E, in alto, le mutande di una donna stese a sciupare lo scorcio che dava sul campanile.
Andò via. A destra e a manca, poi ancora a destra. Con il sole in faccia. Due piante di gigas dentro vasi di coccio facevano ancora bella la faccia di una casa che andava restaurata, eppure non temeva il confronto con le costruzioni più nuove che si lasciava dietro, guardandole dall’alto del suo alzato di pietre nude. Un giardino privato aveva le ortensie cerulee, un pozzo d’acqua nel mezzo e un cane che sembrava felice, mentre la croce di una cappella si guadagnava in quell’intrico di vie un’improvvisa apertura verso il cielo”.
Tratto da “Il latino è una lingua perfetta” di Jessica Arghimenti, ispirato da un palazzo d’inizio Novecento dalle fondamenta antiche, in una città che custodisce, quattro metri giù dai passi della gente, le spoglie di un passato sepolto.